Expo, finora, si porta appresso solo promesse disattese. Oltre all'indignazione per lo scoppio di una nuova Tangentopoli: sette arresti e 2,4 milioni di presunte tangenti. Per cancellare quest'alone negativo, nei dibattiti pubblici torna prepotente l'idea "sociale" di Expo: la portata dei temi internazionali al centro dell'esposizione (alimentazione ed energia), la messa in circolo di 10 mila volontari, la diffusione dei meccanismi virtuosi della sharing economy, la presenza di un padiglione dedicato apposta alla società civile (Cascina Triulza). Ad ogni formula si aggiunge l'attributo, declinato all'inglese e all'italiana: "agricoltura sociale", "responsabilità sociale", "social business". E il mantra è creare un'Expo "accessibile", "aperta" e "inclusiva".

L'impressione, però, è che tutte queste parole siano utilizzate come una pecetta per rattoppare le ferite provocate dalla corruzione, dai ritardi, dall'impreparazione complessiva dimostrata fino ad oggi. "Sociale" è una formula per diluire e stemperare le contraddizioni. Ma dove sta l'elemento sociale in Expo? È ...