L'imprenditore antiracket che ha rifiutato di essere una vittimaL'imprenditore antiracket che ha rifiutato di essere una vittima

"Io non pago. La stra-ordinaria storia di Gianluca Maria Calì" non è solo la storia di un imprenditore che ha detto no al pizzo, ma un'analisi delle implicazioni che ha il trauma di conoscere la mafia. Il libro (Ipoc edizioni, 15 euro), scritto da due psicologi clinici, Antonino Giorgi e Francesca Calandra, è il risultato dei 20 anni di studi sugli effetti devastanti della vittimizzazione, ossia dell'essere trasformati in vittima. E dell'esistere solo in quanto tale.

Gianluca Maria Calì, il protagonista di "Io non pago", ha detto no anche a questo e ha affermato la sua vita al di fuori dell'incontro con la mafia. "I tempi sono finalmente cambiati – commenta Gianluca Maria Calì – ormai non siamo più noi a dover avere paura dei 5 mila mafiosi in Sicilia, perché di tanti si parla, ma viceversa". Il libro è stato presentato oggi, 14 luglio, al Senato.

L'imprenditore possiede due autosaloni, uno a Milano e uno ad Altavilla Milicia, vicino a Palermo. Nel 2011 gli affari non vanno per niente male: il giro d'affari è di 24 milioni di euro. Poi, la notte tra il 3 e il 4 aprile un attentato incendiario distrugge il suo negozio, allora a Casteldaccia. La colpa di Calì era essersi rifiutato di pagare il pizzo. Due anni dopo le visite si ripropongono: di nuovo intimidazioni, di nuovo minacce. "Ancora oggi ci sono episodi inquietanti, sia a Milano che in Sicilia, prontamente denunciati – prosegue – ma nulla mi toglie la fiducia nella magistratura e nelle forze dell'ordine".

Il ricordo di Gianluca Maria Calì è nitido. Ricorda i minuti in cui il clan i Bagheria è entrato nella sua vita. La sua reazione a quell'evento devastante è stata una miscela di follia e coraggio. Fuori dal suo autosalone ha appeso un cartello con scritto "Appello alla cittadinanza per non morire". Invece che chiudersi in sé, Gianluca Maria Calì ha chiesto agli altri di aiutarlo. La sua storia a quel punto rimbalza sui giornali: esce dall'ombra, in tutta la sua umanità. Oggi, raccontano gli autori, "nulla sembra poter fermare l'imprenditore antiracket". L'impegno sociale diventa un nuovo strumento per affermarsi, per uscire dall'etichetta di vittima e reagire. E lo stesso dovremmo fare tutti, secondo Giorgi e Calandra: "Vittima di mafia – scrivono – è l'intero popolo italiano, che vede distrutte dalla mafia molte delle sue possibilità di sviluppo civile".

Per i malati di mafia l'unica cura è la reazione. Ma chi non ha gli strumenti, va preso in carico, va seguito per uscire dal suo ruolo di vittima. "Sia la macchina burocratica che quella parte dello Stato che si occupa del contrasto attivo alle mafie sono chiamate a intervenire sullo sviluppo di modelli di intervento che partano dal basso, per misurarsi con chi la mafia deve realmente affrontarla a pugni stretti, tutte le mattine, quando apre gli occhi". Il libro così esce da una diagnosi individuale e diventa il libro di tutte le vittime costrette a restare in questo ruolo.

La regione Lombardia si è dotata di una legge antimafia all'avanguardia, che permette alle istituzioni di dotarsi di operatori per il sostegno psicologico delle vittime. Ma ancora manca l'ultimo miglio perché la legge prenda realmente corpo. Questo è un fronte dell'antimafia ancora poco esplorato: eppure proprio la potenza dell'immaginario di Cosa Nostra, ndrangheta e camorra provoca un'aggiunta di dolore nelle vittime. "Il modello che vogliamo portare avanti – commenta uno degli autori, Antonino Giorgi – prevede che l'intervento psicologico sia immediato, accanto a quello legale". L'unico strumento che renderà "non lasciamo soli" non solo uno slogan.

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