Altro che doppiopetto: tre miti da sfatare sulle mafie in LombardiaAltro che doppiopetto: tre miti da sfatare sulle mafie in Lombardia

"La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana", diceva il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nella sua ultima intervista a Giorgio Bocca. Trentadue anni dopo, la mafia continua a seguire lo stesso protocollo. E Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale, presidente onorario di Libera, ricorda ai movimenti antimafia che anche loro devono studiare, stare sui territori, misurare la mafia. Senza lasciarsi abbindolare da falsi miti, promossi da pubblicisti poco informati o da "associazioni poco serie".

Affida questi insegnamenti ad un libro, Manifesto dell'Antimafia, presentato il 14 luglio alla Commissione regionale antimafia. Dalla Chiesa, nell'occasione, ha lanciato un allarme: "I mafiosi stanno avanzando, sono dappertutto". Ha indicato in commercio e sanità due settori in cui la politica, in particolare quella che si svolge al Pirellone, potrebbe e dovrebbe fare di più. Perché sono quelli più a rischio. Ma finché esisteranno dei falsi luoghi comuni, sparati a nove colonne sui giornali e urlati dagli scranni della politica, allora ci sarà qualche giustificazione per non prendere questi avvertimenti sul serio. Ecco qui una breve lista, contenuta nel Manifesto dell'Antimafia e arricchita da Dalla Chiesa durante il suo intervento, da cui partire per de-costruire.

  1. I mafiosi al Nord s'incontrano in Piazza Affari e negli studi dei commercialisti

Falso. Lo prova una ricerca del Dipartimento di Sociologia dell'Università degli Studi di Milano, fatta a partire da quanto scrivono i magistrati dell'Antimafia milanese nell'ordinanza dell'operazione Infinito. I luoghi prediletti sono bar e ristoranti. Non disdegnano nemmeno alcuni circoli Arci o Acli. Luoghi aperti al pubblico più vasto, "popolare", vicino al territorio. È qui che costruiscono il consenso, che sfoggiano il proprio potere, che si mimetizzano.

  1. La mafia al Nord si limita solo a riciclare denaro sporco. Non le interessa il controllo del territorio

Falso. Non si limita affatto al riciclaggio di denaro sporco l'attività mafiosa al Nord: quella è solo una di un vasto elenco. E altrettanto falso è il mito del disinteresse per il controllo del territorio in Lombardia. È questa la giustificazione con cui si derubricano ad "autocombustioni" gli incendi alle attività commerciali. Anche di poca importanza, come i negozi ambulanti dei panini (si veda l'inchiesta Redux Caposaldo, in proposito), i fiorai o le edicole. Come scritto su questo blog, tra il 2011 e il 2013 a Milano ci sono stati 278 incendi dolosi: in 121 casi le fiamme hanno avvolto immobili, mentre per 157 volte sono stati presi di mira degli automezzi. Un caso?

  1. I nuovi mafiosi sono manager doppiopetto

Parziale. Non è una frase falsa, ma non esaurisce la fenomenologia del mafioso. Non ci più saranno coppola e lupara, come nell'immagine stereotipata dell'affiliato siciliano d'antan. Ma restano comunque i metodi barbari per la conquista del territorio, per la sottrazione del monopolio della violenza dalle mani dello Stato, per estorcere denaro. Ci sono sì affiliati che studiano e che si laureano in prestigiose università, ma ci sono anche i loro parenti cresciuti all'antica, imbevuti di pseudo valori tradizionali legati all'"onorata società". La mafia corre in equilibrio tra tradizioni e modernità: guai dimenticarsi dell'uno o dell'altro aspetto. Giuseppe Favara, l'imprenditore che stava a capo della "banca della 'ndrangheta" a Seveso, usava gli stessi criteri brutali di una volta per intimidire. Non è un ex studente di economia uscito dall'università di Oxford.

Questi luoghi comuni fanno male alla conoscenza. E se fanno male alla conoscenza, fanno male anche alla lotta alla mafia. A questo punto tutti, dall'attivista al magistrato, dal politico al giornalista, dovrebbero fare un esame di coscienza e correggere il tiro. Perché mistificare è peggio che tacere.  

© Redattore sociale