Girano tanti, forse troppi numeri sul fatturato annuale delle mafie in Italia. La forbice va da 170 a 17 miliardi di euro all'anno. Di certo l'enorme quantità di denaro sporco ricavato da attività illecite dalle organizzazioni criminali, sia italiane che europee, si nasconde nei paradisi fiscali, nelle banche che proteggono i loro clienti dietro conti anonimi. "Dobbiamo dichiarare guerra ai paradisi fiscali e bancari" scandisce il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a Milano per la presentazione del rapporto sugli investimenti delle mafie curato dal centro di ricerca Transcrime. Un'affermazione che acquista ancor più rilievo, se fatta a 60 chilometri dal confine con la Svizzera, il Paese che custodisce come una cassaforte i segreti, tra gli altri, della mafia albanesi, delle organizzazioni criminali dei Balcani occidentali e libanesi, le più attive sul territorio secondo quanto riporta lo studio del centro Transcrime. Questo è il primo passo per contrastare le mafie a livello comunitario. 

Secondo il numero uno della Procura nazionale antimafia, serve soprattutto migliorare la cooperazione internazionale se si vuole sconfiggere il crimine organizzato transnazionale. Già nel Trattato di Lisbona, all'articolo 86, si diceva di dover immaginare una figura di un superprocuratore a livello europeo, colui che dovrebbe incarnare questo spirito di cooperazione: "Ci si sta ancora lavorando, anche se ancora non sono chiari i compiti e le funzioni", prosegue Roberti.

I costi sociali ed economici di questi ritardi sono devastanti, sottolinea il procuratore nazionale. "Gli investimenti che provengono dal mercato illecito scoraggiano gli onesti", afferma. La corruzione è un male che va ben al di là del danno immediato della mazzetta. Mina alla stessa credibilità del sistema politico di un Paese. "Dobbiamo costruire una giustizia penale e civile credibile, se vogliamo sconfiggere la mafia", aggiunge il procuratore nazionale Roberti.

La bozza sulla direttiva confische, in via di approvazione del Consiglio europeo nei prossimi giorni, potrebbe essere un primo passo verso questa creazione di un sistema antimafia condiviso a livello di Eurozona. A patto che si rimetta in discussione l'uso dell'Agenzia per i beni confiscati: l'esempio italiano insegna che qualcosa non ha funzionato. Troppi sono i beni che aspettano di essere riassegnati e troppe le aziende fallite dopo la confisca. "Questo non può accadere, è una sfida persa per lo Stato", commenta Roberti. A parziale giustificazione dell'Agenzia, precisa Roberti, c'è l'enorme mole di lavoro che spetta ai funzionari: sono 12 mila i beni in questo momento amministrati dall'agenzia, a cui si aggiungono 1.700 aziende.