MILANO - Dal balcone di casa si vede il negozio di uno degli scagnozzi di Piero Speranza, un falso pentito finito in cella per stupro e violenza su una ragazza ventottenne. In un box poco distante, le forze dell'ordine hanno trovato nel 2011 un arsenale degno di una squadriglia della morte: kalashnikov, pistole, silenziatori, passa montagna, giubbotti anti proiettile. Tutto materiale appartenente alla cosca dei Ferrazzo, famiglia 'ndranghetista del crotonese. Un "arsenale" che secondo gli inquirenti sarebbe stato destinato a Luigi Bonaventura.

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Sotto assedio: ecco come vive a Termoli la famiglia di Luigi Bonaventura, ex reggente della cosca Vrenna Bonaventura, dal 2007 collaboratore di giustizia. Ha già ricevuto diverse proposte per ritornare al suo vecchio mestiere di criminale. Invece, oggi Bonaventura testimonia in nove procure, da Catanzaro a Bologna, alla Direzione nazionale antimafia e alla procura di Stoccarda, in Germania. Ha cominciato a uccidere nel '92, a 21 anni, e vuole che lo stesso destino non tocchi anche ai suoi due figli, un bambino e una bambina di 12 e 9 anni. "Non voglio che ci rimettano loro per colpa della famiglia dove sono nato io", spiega. E così si è dissociato dalla 'ndrangheta: è diventato pentito. La moglie lo sostiene passo dopo passo. E ora può contare anche sull'appoggio di un gruppo di giovani che fanno parte della rete antimafia di Brescia: sono andati a trovarlo nella sua casa di Termoli, per esprimergli solidarietà e vicinanza. Il video racconta questo viaggio: dalla Lombardia al Molise per non lasciare solo chi ha scelto non solo di abbandonare la vita criminale, ma anche di combattere le cosche.

Ora la più grande angoscia di Bonaventura è non perdere la credibilità ottenuta in questi anni. Ogni giorno scandaglia la rete per tutelarsi da chi può aver male interpretato o strumentalizzato le sue parole. Nei suoi occhi si leggono le tre ore di sonno a notte, le ansie tenute a freno con fatica, la paura della solitudine e il desiderio di riscatto. Proprio così lo chiama: "riscatto, perché rinascere non è possibile". L'ultima sua rivelazione riguarda un attentato pianificato dalla 'ndrangheta contro Giulio Cavalli, attore antimafia sotto scorta dal 2009, a seguito dello spettacolo teatrale Do ut des. Nel 2011 la sua scorta stava per essere sospesa e la cosca dei De Stefano Tegano avrebbe dovuto ucciderlo simulando un incidente.

La storia di Bonaventura irrompe nelle cronache lombarde quando decide di partire per Lodi (non a caso la città dove Cavalli ha iniziato a fare antimafia) a presentare il libro "C'era una volta la Lombardia", scritto dal giornalista Fabio Abati. Il Servizio centrale di protezione lo avverte che non ci saranno forze dell'ordine che si potranno occupare di lui. Bonaventura rischia e parte. Tra il pubblico ci sono anche Arthur, Tania, Valentina, Tan, Claudio, Andrea, Toni. Sono alcuni degli attivisti della Rete antimafia di Brescia, un coordinamento nato fuori dal Palazzo di giustizia della Leonessa d'Italia, durante il processo ai fratelli Fortugno, nel 2010. "Volevamo esprimere la nostra vicinanza ai testimoni che dovevano raccontare la loro storia in aula", ricorda Arthur Cristiano. Da tre anni informano i cittadini della colonizzazione mafiosa nel bresciano. "Tutti abbiamo un ruolo nell'antimafia – continua Cristiano – quello della società civile è stare accanto a chi testimonia, far sentire la propria presenza". Perché il rischio d'ammattire, per chi vive certe esperienze, è altissimo. Lo dice la storia di Leonardo Vitale, il primo vero pentito nella storia dell'antimafia. Un uomo che già soffriva di disturbi psicotici e che messo sotto pressione dai colloqui con i magistrati, ha ceduto. "Per quanto matto, Vitale ha descritto perfettamente al pool antimafia di Palermo, com'era composta la cupola di Cosa Nostra. Diceva la verità", ricorda Toni Giorgi, attivista della Rete antimafia di Brescia e docente di psicologia all'università Cattolica di Brescia. Da 20 anni, prima di tutto nella Sicilia dove è nato e cresciuto, Toni Giorgi cerca di ricostruire il modo di ragionare dei mafiosi. E ciò che tanto interessa della storia di Bonaventura è come due agenti esterni all'organizzazione, due donne – la madre e la moglie, che nulla hanno mai avuto a che fare con la 'ndrangheta, abbiano insinuato un dubbio nella mente dell'ex boss. "I mafiosi sono pensati come non-persone, in loro c'è una saturazione del pensiero: sei quello che è stata la tua famiglia, la tua vita è gestita dall'organizzazione". Quando quel circolo si rompe, ecco che allora si apre l'opportunità. Bonaventura cita spesso Umberto Di Maggio, referente di Libera Sicilia, che a Redattore sociale ha dichiarato "dovremmo cominciare a sequestrare uomini e non solo beni alle organizzazioni criminali". "Peccato che a parte qualche associazione in pochi ci abbiano dimostrato solidarietà", conclude Bonaventura.