Anche Milano ha un suo 19 luglio. Una strage che ha lacerato la città nel profondo, durante gli anni della "trattativa Stato-mafia", ma che fino a quest'anno le istituzioni non hanno mai chiamato "mafiosa". È la strage di via Palestro. La targa che ricorda i cinque caduti recita così: "vittime innocenti di un vile attentato". Questo 27 luglio, però, il comune di Milano riscriverà la storia. E chi andrà a visitare il luogo dell'attentato leggerà: "vittime di una strage mafiosa volta a ricattare lo Stato".

Sono le 23.14 del 27 luglio 1993 quando una bomba deflagra al Padiglione di arte contemporanea. Il mandante, dice il processo conclusosi nel 2002, è Cosa nostra. Sono cinque i morti: i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'agente della Municipale Alessandro Ferrari e un senza dimora di origine marocchina, Moussafir Driss, che dormiva su una panchina. A un anno di distanza dall'attentato, le istituzioni locali depongono quella lapide "reticente". "Milano e la Lombardia hanno sempre avuto bisogno di rinnovare la memoria. Qui si dimentica tutto", dice Rosy Tallarita, presidente del Coordinamento familiari delle vittime di mafia Lombardia, un'associazione che gravita nell'orbita di Libera, nata a febbraio di quest'anno (della storia di Rosy Tallarita parleremo nel prossimo post, ndr). I componenti portano nelle scuole e nelle università le storie dei loro parenti: testimoniare è la loro prima attività. Il Coordinamento a partire da settembre-ottobre entrerà in Officina 21 marzo, un laboratorio che racchiude diverse attività di Libera Lombardia. Tutte con un obiettivo: "Spingere Milano e la Lombardia a ricordare anche le sue vittime". A cominciare da via Palestro.

Dal 21 marzo del 2013, giornata della memoria che Libera festeggia dal 1996, il Coordinamento lombardo dei familiari delle vittime si è battuto per rendere almeno fede alla storia. E ricordare che a innescare la bomba del 1993 fu Cosa nostra e non un terrorista senza nome. David Gentili, presidente della Commissione consiliare antimafia del Comune di Milano, ha portato la proposta di Libera nelle stanze di Palazzo Marino. Il 15 luglio scorso l'aula ha approvato la mozione per modificare la targa all'unanimità, con 35 voti a favore. "A Milano ci sono certamente molte vittime che non sono ricordate – commenta David Gentili -. Abbiamo cominciato una collaborazione con Libera proprio per dare importanza al ricordo delle persone che hanno combattuto la mafia a Milano".

I segnali che a Milano qualcuno inizia a esercitare la memoria ci sono. I familiari iscritti al Coordinamento lombardo sono passati da una decina a più di 30 nel giro di cinque mesi. "Sono vittime uccise in tutta Italia, i cui familiari oggi vivono in Lombardia", spiega Rosy Tallarita. Ci sono anche i familiari di morti ammazzatti in regione, come Giorgio Ambrosoli, il vice questore di Mantova e un imprenditore di Corsico. E ci sono madri che hanno perso una figlia di 25 anni in Puglia e che hanno deciso di cominciare a raccontare la loro storia a migliaia di chilometri di distanza, dove ha deciso di ricominciare a vivere. Le loro vicende usciranno nelle prossime puntate del blog. Per non dimenticarle.